Monthly Archives: May 2016

100% di Mediaset a Vincent Bollorè, RTI e Fininvest a Silvio Berlusconi. C’è tanta sensibilità dietro i “temuti” Caschetto, Presta, Tuzio e Facchinetti.

Era nell’aria, si sapeva, qualcuno lo aveva pronosticato, altri sparavano sentenze pensando di sapere invece inventavano solo storie sperando che il lettore si appassionasse, la borsa già esultava per un’ipotetica vendita.
L’accordo è fatto (non proprio del tutto) e non so se definirla una perdita o un vantaggio. Mediaset migliora i conti ma non i contenuti, migliora la pubblicità ma c’è sempre bisogno di trovare formule nuove per raccoglierla. In sintesi, dobbiamo vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda delle situazioni. Senza entrare in accordi e tecnicismi poiché per quelli ci sarà la carta stampata, sotto il profilo aziendale, morale e storico, se ne va un pezzo della nostra vita, ma anche un pezzo d’Italia. È vero che grazie al mantenimento di RTI, Silvio e famiglia avranno ancora in pugno la situazione, ma qualcosa inevitabilmente cambierà, e non solo nelle strategie aziendali ma anche nella concezione di molti lavoratori. Per noi, ma nonostante tutto anche nelle menti dei più giovani manager\dirigenti\quadri\operai, questa è ancora l’azienda della “grande” famiglia Berlusconi, un’impronta indelebile. Questa sarà indelebile per moltissimo tempo, ma cambiando la proprietà è pur logico che il nuovo editore voglia far prevalere le sue idee in confronto al regime attuale. Si può non essere d’accordo ma non gliene si può fare una colpa. Proprio come il Presidente, Bollorè è un volpone nel campo dei media e non è detto che certe situazioni cambino in peggio, anche perché sono sicura che Silvio vorrà mille rassicurazioni sul futuro status dei suoi (5000) dipendenti. Piersilvio, ultimamente, ha dimostrato di saper fare l’editore a 360° e ha tenuto testa a situazioni non facili, nonostante (torno a scrivere) chi lo circonda. Nel suo futuro, ambiziose posizioni in azienda e oltre. È diventato finalmente grande, si merita il meglio e quello che faticosamente ha costruito. Dopo Palazzo dei Cigni, se ne va un altro pezzo di storia Fininvest e della grande rivoluzione mediatica degli anni ‘80, che porta la sua scia inevitabilmente anche ai giorni nostri.
Chi non conosce personalmente i manager dello spettacolo può solo fare ipotesi di come siano veramente e, nella maggioranza dei casi, illazioni. Ho preso ad esempio i Fab Four del momento, che tutti dipingono come austeri, stronzi e super potenti. È vero il primo caso perché se stessero dietro a tutte le raccomandazioni (soprattutto di puttane o con zero valori professionali) sarebbero mentalmente esauriti da tempo. È giustificabile il secondo caso perchè il settore dello show business è un mondo di squali, quindi o ti difendi o muori (nel vero senso del termine). È giusto il terzo aggettivo perché, visto la cura che hanno dei loro artisti, devono pur tutelarli e dare loro il meglio che tv, radio e internet ha da offrire. Ma c’è tanto altro oltre al lato strettamente professionale, ovvero quello umano. Ve lo aspettereste un Beppe Caschetto sorridente e sempre disponibile? Io sì, perché lo è. Non lo fa vedere perché non è un personaggio dello spettacolo ma un manager meticoloso e piuttosto chiuso. Eppure c’è sempre per qualsiasi informazione dei suoi assistiti o per metterti in contatto con i suoi soci se si tratta di progetti tv importanti e di lungo respiro. Ho visto sorridere Beppe tante volte ed è un piacere dialogare con lui.
Lucio è una forza della natura, il migliore. È un soggetto simpatico e piacevole, ha sempre una buona parola e un saluto per tutti. Non gli toccate i suoi assistiti, da buon manager farebbe di tutto per tutelarli. È un uomo lungimirante con un forte attaccamento alla famiglia e a Dio. È un mediatore che sa parlare con rispetto e sorridere di tante situazioni. Lo conosco da anni e da altrettanti anni è sempre stato un tosto sul lavoro e un compagno di chiacchiere nei momenti più frivoli.
Seppur Franchino sia di un altro livello per i suoi anni d’esperienza, con Francesco Facchinetti rappresentano quei manager sempre solari, disponibili e sicuri delle loro potenzialità. Franchino, non tanto in Rai quanto in Mediaset, ha piantato i suoi baluardi ben profondi e i rapporti con la (super)dirigenza sono ottimi. È un ragazzo (non mi riesce ancora vederlo in altri modi) che si è costruito pian piano, credendo in personaggi che nessuno si filava. Dopo tanti anni, ha ancora un’energia invidiabile. La stessa energia, la mette Francesco. Dei quattro è quello che conosco meno, ma Dio solo sa quante volte l’ho visto da bambino e ragazzo. Ogni tanto mi capita ancora di vederlo a Cinelandia e il suo status di manager lo rende una bomba di ottimismo, sempre bonariamente scattoso e disponibile verso cui vede delle potenzialità. I suoi giovani assistiti stanno esplodendo, e con loro anche la credibilità di un personaggio che sembrava in declino. Francesco ha mille potenzialità, risorse e stima di tante persone che contano; il suo percorso da manager non finirà presto, e ciò che di bello sta costruendo se lo merita in toto.
Una riga per Lele Mora: nonostante tutto, sta cercando di rimettersi sulla via lavorativa adeguata e riprendere in mano la sua vita da manager. Tutti sbagliano e tutti devono essere in grado di risorgere con dignità.
Viva Beppe, Lucio, Franchino, Francesco! E anche Lele.

Marcello sta abbastanza bene, ma “La scarcerazione avverrà solo dopo le elezioni governative”

Poche righe, molta intensità. Al di là della sua famiglia, tantissime persone in Mediaset e Publitalia si stanno preoccupando della condizione sanitaria di Marcello Dell’Utri, ovvero di colui che queste aziende le ha battezzate. Ricordiamo che senza lui Publitalia non sarebbe stata quella è stata ed è; se tanti (bravi) dipendenti hanno fatto grandi carriere, all’interno e all’esterno delle due società come in politica, lo devono soprattutto alla sua persona. Questa rimembranza, per le nuove leve aziendali che conoscono il valore del denaro che Mediaset gli dà ma non la sua storia; se tutti la conoscessero, ci sarebbe tanto più amore, disciplina, professionalità e meno passi azzardati.
Torniamo strettamente a Marcello. Anche dopo il trasferimento dal carcere di Parma a quello di Rebibbia, Dell’utri è stato trattato come un condannato a morte. Infatti, giovedì scorso 15/05 dopo una prima visita al pronto soccorso si voleva ricoverare Marcello al reparto di medicina protetta, dove vengono solitamente ricoverati i detenuti ammalati. Poi, per la gravità della situazione si è deciso di trasferirlo presso l’unità coronarica.
Seppur vigile e presente a sé stesso, un uomo di 75 anni, operato due volte al cuore, condannato per un reato non previsto da alcune legge approvata dal Parlamento, con un famiglia fuori che lo aspetta, un personaggio enorme che ha cambiato sicuramente in meglio l’Italia, si merita le stesse pene di un condannato a morte? Certamente, il fattore morale c’è ed è quello che lo fa stare più male: Bruno Contrada sì e Marcello dell’Utri no, nonostante il ricorso. Contrada ha aspettato 7 anni per avere giustizia, gli stessi anni della pena di Marcello, una congiura al limite della vergogna. Visto il titolo del reato, i famigliari non possono neanche vederlo perché in massima sicurezza.
Da grande amica di Marcello, non potevo non informarmi (dirò sempre grazie a lui e Silvio). Per il futuro, ci sono due versioni contraddittorie, entrambe giustificate. Una che viene dalla speranza della moglie Miranda, del fratello Alberto e dei figli, ovvero quella che lui possa non essere più in regime di sorveglianza e che quindi possa incontrare chiunque liberamente, senza restrizioni e chiedendo settimane prima al direttore del carcere, come succedeva a Parma. Inoltre, sempre secondo i familiari, verso novembre di quest’anno dovrebbe essere scarcerato per buona condotta e a causa dell’età. Vogliamo tutti augurarci che sia questo l’happy ending.
Altra versione, diversa in toto, quella che viene dai suoi strettissimi collaboratori (soprattutto ex Publitalia), i quali hanno annusato l’aria delle stanze dei bottoni e sono riusciti a captare i magistrati competenti del caso. Non ci stupiamo (anzi, non vi stupite), funziona così per qualsiasi caso, non solo per Marcello. La vexata quaestio va nell’orizzonte di una scarcerazione post elezioni governative, onde evitare un coinvolgimento dello stesso nella compagna elettorale, che sicuramente potrebbe riapportare consistenti voti a Forza Italia.
Siamo coscienti della situazione? Forse no. Fa paura questa Europa, fa schifo questa Italia in mano a magistrati frustrati e incapaci.
Viva Marcello.

Rai e Renzi in affondamento morale. Bonolis e l’equilibrio tra Rai e Mediaset. La D’avena si prepara per Le Iene?

Ogni giorno apro diversi blog televisivi e leggo molte notizie veritiere, altre decisamente meno, ma anzi fondate su teorie e spacciate come scoop. È il caso di aprire il capitolo Antonio Campo Dall’orto e della sua (ma anche un po’ nostra) Rai. Non è vero che prendere manager esterni sia un fattore di poco conto, prima cosa perché è poco serio nei confronti degli interni e dei cittadini che si devono sobbarcare il canone, in secondo luogo gli interni sono seriamente incazzati. In Viale Mazzini, come in Teulada, c’è un clima tesissimo alla tutti contro tutti, che non giova di certo all’azienda. Sia chiaro, i manager esterni entranti hanno tutti buone competenze e tutte le carte in regola per fare un discreto lavoro. Ma quanti bravi manager o quadri esperti ci sono già all’interno della Rai? Brave menti che non aspettano altro che crescere, al di là della destra e della sinistra. Antonio, mente brillante e innovatrice ma con la verve e l’appeal di un’acciuga, non ha il mordente giusto per affrontare un’azienda come la Rai, soprattutto se gli uomini alla sua corte sono pochi e i dipendenti che non se lo filano sono troppi. Antonio, che conosco da tempi non sospetti, dovrebbe far scattare l’interruttore della maturità e ricordarsi che non è più in Viacom, ne tantomeno il ghost writer creativo dell’attuale Presidente del Consiglio. Con la Maggioni non c’è accordo su nulla, i nuovi direttori di rete cercano di lavorare ma sono subissati dalle raccomandazioni e dalle società di produzione vicine a questo o quello schieramento, l’Usigrai è in rivolta, i giornalisti cercano di non sbottare, e la conseguenza è che alcuni manager di altre realtà come Mediaset e Discovery sono “costretti” a ricevere lettere per un’assunzione, onde evitare di restare nel marasma della tv di Stato. E fidatevi, non è piacevole non poter rispondere a tali esigenze.
Qui, scatta anche la morale politica. In un momento in cui il paese è ancora in crisi e le aziende pubbliche sono giustamente con il cappio al collo, la Rai continua ad essere una vacca da mungere all’infinità, alla facce del risparmio e dell’utilizzo di risorse interne, sempre invocate da Matteo Renzi per splendere. Ma il gioco è finito, e il declino del 40enne che sembrava poter salvare l’Italia è iniziato e già in stato ben avanzato. Di Silvio Berlusconi ce n’è e ce ne sarà uno solo, imprenditorialmente e politicamente. Il resto è niente.
Veniamo a un qualcosa di più leggero, anche se più ingarbugliato: il contratto di Paolo Bonolis. Sotto questo punto di vista, non conosco le mosse Rai perché le trattative sono piuttosto blindate e Lucio Presta cura nel dettaglio gli interessi del suo più importante e redditizio assistito. In Mediaset ci facciamo forte dei giganteschi (e inaspettati fino a quel punto) risultati dell’attuale edizione di Ciao Darwin. Non ci nascondiamo sul fatto che tutta l’azienda vorrebbe che Paolo restasse, visti i successi incanalati negli ultimi anni e le possibilità offerte nonostante le difficoltà. Per questo, le risorse artistiche, le maestranze e il buon Lucio stanno lavorando per cercare una quadra. Non entro nel merito economico, ma stiamo cercando di offrire a Paolo le migliori condizioni editoriali per restare, mantenendo Avanti un altro e offrirgli un raggio di sperimentazione. Non ci possiamo negare che le condizioni generali in quel di Cologno stiano pian piano migliorando, indi per cui Paolo si merita di proseguire un percorso che, da quando è tornato anni or sono in azienda, è stato positivo per lui e per tutta la società. È pur vero che lui si annoia (e invecchiando sempre di più! Mannaggia a te!) e che ha sempre bisogno di nuovi stimoli per non apparire deja vu; nel cambiare realtà, mutano tanti fattori e nascono inevitabilmente nuovi stimoli, ma con i nuovi input di cui dispone oggi Mediaset si potranno creare situazioni nuove e interessanti per quel geniaccio televisivo di Paolo. Ad oggi, non si può scrivere una sola parola sul passaggio di Paolo alla Rai, e chi la scrive sicuramente non conosce i fatti, visto che siamo alle fasi embrionali di una trattativa che si protrarrà ancora per diverse settimane. I rumors sono tanti, scrivetene come tali, mi raccomando.
Proprio come la Panicucci avrebbe bisogno di tornare a sorridere e far sorridere su Italia1 (come avevo scritto diverse settimane fa), la stessa rete ha bisogno di catturare adolescenti, 20enni e 30enni in continua fuga. Se Canale5 va a gonfie vele, soprattutto nell’ultimo mese, e Rete4 è dipendente da Forum e Videonews (e dei tf triti e ritriti), è Italia1 il canale che soffre, per un bacino di utenti che si sta pian piano polverizzando ed emigrando. C’è bisogno di energia nuova ma al contempo usato sicuro per tutte le stagioni, ovvero Cristina D’avena, di cui il pubblico di Italia1 è innamorato alla follia. Mesi fa avevo scritto della probabile ascesa della D’avena (con Pintus) alla guida de Le Iene perché effettivamente ai piani alti se ne era cominciato a parlare (poi è arrivato Beppe e il suo super pacchetto), e forse questo passo non è del tutto lontano, soprattutto per la prima. Ieri sera abbiamo assistito alla presenza di Cristina, che tra l’altro conosce molto bene editore, dirigenti e dinamiche made in Mediaset, nel programma di Davide Parenti. E non è stata solo un’ospitata, vista anche l’ascesa degli ascolti nel suo momento. È chiaro a tutti che il quintetto di conduttori è molto simpatico ma ha avuto poca presa sul pubblico, tanto da far diminuire telespettatori e share, con quest’ultimo calato anche per la minor durata dello show. Le serie tv non funzionano più, magari torneranno in auge più avanti, quindi il vaglio di un maggior e più intelligente intrattenimento è all’occhio di Laura Casarotto, Marco Paolini e di quel Don Giovanni di Alessandro Salem. La D’avena, ostacolata per tanto tempo dalla vecchia guardia che la vedeva esclusivamente come la cantante dei cartoni Mediaset e la pupilla di Alessandra V. Manera, anche loro si sono dovuti ricredete e “piegare” alla sua straordinaria presenza mediatica. Intanto, la nuova guardia è già in estesi, e non è un accenno da poco. La sottoscritta, che non è proprio di primo pelo, ha tentato di promuoverla talmente tante volte nell’era Tiraboschi, che poi ha perso le speranze. “Costruisco” la tv da talmente tanto tempo che sapevo che vent’anni di programmi per ragazzi e trent’anni di Ed. musicali RTI non potevano essere cancellati così e che il pubblico giovane avrebbe richiesto indirettamente la presenza di Cristina sulle reti Mediaset, la sua casa televisiva naturale. È tempo di cambiamenti, ma senza ascolti (quindi senza piacere al pubblico) non c’è futuro.
Viva Mediaset!