Dopo Corsini, Del Noce, Minzolini, Saccà, Socillo, tocca a Stefano Bini: Nì, ANCHE CO PRESTA SAREBBE STATA DURA, E’ DE CENTRODDESTRA QUELLO. Piero Chiambretti a Matrix voluto fortemente da Silvio Berlusconi.

Fece scandalo quando, poco più di 15 anni fa, la critica italiana più becera e il ciarpame mediatico di sinistra si scagliarono contro Silvio Berlusconi, additandolo come “epuratore”. Da quelle poche epurazioni, giuste e spiegabili dopo anni di regime univoco, nacque una nuova Rai che sapeva fare tv e creare grandi ascolti. Vero, i tempi sono cambiati ma, come quando sta al governo, la sinistra è sempre riuscita a rovinare, invecchiare e incancrenire situazioni già notevolmente compromesse.
Nonostante l’indiscussa professionalità, persone come Paolo Corsini, Fabrizio Del Noce (ultimo grande Direttore di Rai1), Augusto Minzolini, Agostino Saccà, Bruno Socillo (indiscusso comunicatore, con un’umiltà invidiabile), sono stati fatti fuori dalla Rai perché gasparriani o berlusconiani. I loro nomi, ad eccezion fatta di Augusto, spuntano fuori nel momento in cui l’azienda di Stato si trova in condizioni critiche, sintomo del fatto che il centrodestra ha fatto tanto più bene di un sempre mediocre centrosinistra. A scriver la verità, di ciò, non si dovrebbe neanche disquisire. In altri paesi saremmo considerati persone da ricoverare, eppure la strana verità è che la politica nelle istituzioni vige più della mera professionalità. Come tanti accantonamenti, Stefano Bini, che seguo da molto vicino sin da quando era un bravissimo attore di teatro, e che adesso è indiscutibilmente una delle promesse della tv e della radio italiane, è uno di questi. Forse per problemi strutturali, sicuramente per effetto politico, Stefano non ha potuto continuare una produzione su Rai1. Questo sito è letto accuratamente da critici tv, giornalisti, importanti manager italiani e addetti ai lavori. Il nome Raffaella Santilli potrebbe dire qualcosa ai più e niente ai meno: ex Berlusconi, ora Renzi, mal tollerata dai colleghi di Rai1, discutibili capacità gestionali, la quale sta facendo sprofondare il pomeriggio della prima rete della tv di Stato, in aria di sostituzione. Non mi addentrerò oltre, basta l’accenno e un accordo alla “famigerata penta struttura”.
Intorno alla mia professione, ho visto ruotare molti personaggi validi, dai quali si percepiva con movenze, parlato e occhi, che sarebbero arrivati lontani poiché il loro percorso, seppur giovani e pieni di normali insicurezze, veniva da lontano. Ad oggi, tutti sono concentrati e impegnati nei più importanti show della televisione italiana, creativi autori o rilevanti conduttori. Con discreta probabilità, presto sentiremo parlare di Stefano Bini per un’importante programma su Canale5 e per un progetto radiofonico in una delle emittenti più ascoltate.
Ho preso ad esempio questo ragazzo, perché sono intervenuta non poche volte in ingiustizie di tale genere. Ho l’autorità e le conoscenze per farlo, non smetterò certo ora, dopo quasi trent’anni d’esperienza e battaglie.
Nel mondo della tv, per uno che se ne va o lascia il posto, c’è sempre qualcun altro che subentra. Chi lo avrebbe mai detto che Piero sarebbe stato chiamato dal Cav. Silvio Berlusconi in persona per un accostamento all’approfondimento politico di Matrix? Eppure è successo e i lavori stanno proseguendo a ritmo serrato, nonostante le ridottissime risorse umane. Vivendi ci ha bloccato parte degli investimenti, per cui Piero si è trovato costretto ad utilizzare due autori su sei e a lasciare a casa pezzi della sua personale struttura. Riunioni su riunioni per far tornare i conti, creare contenuti con budget ridotti e far collimare informazione e intrattenimento, specie in parti staccate. La scenografia di Piero ha assorbito tante risorse, poiché pensavamo che l’entrata d’investimenti avrebbe favorito molte produzioni, tra cui taluna. Per la grande stella al centro della scenografia, al di là dei contenuti, la produzione merita di essere vista e apprezzata. Sarà un programma diverso e vedrete un Piero Chiambretti in vesti differenti dal solito. Ci ha chiesto rassicurazioni per questo programma, dopo gli enormi problemi riscontrati con Magnolia per fare il Grand Hotel. Rassicurazioni accordate, speriamo ne valga la pena.
W la professionalità e, ancora una volta, la bella tv.

Carlo Conti pagherà a Sanremo il fatto di essersi assoggettato a Matteo Renzi e aver imbavagliato Radio2. Con i mancati introiti della vendita di Premium, siamo stati costretti a chiudere e posticipare programmi (non quelli di Maria). Perché così tante pressioni su Pierluigi Diaco?

Ho sempre apprezzato Carlo Conti, soprattutto sin da quando Fabrizio Del Noce lo prese sotto la sua ala protettrice e agli inizi degli anni 2000 lo face diventare “grande”, affidandogli programmi di rilievo e accordandogli tanti benefici (a quanto pare meritati). Tanti anni fa, chiamai Fabrizio per informazioni su alcuni artisti, e tesse le lodi di Carlo Conti dicendo che sarebbe diventato il conduttore del domani. E così è stato: in mezzo a Paolo, Gerry, Pippo, Amadeus, è ormai consacrato il suo nome. Ha saputo accaparrarsi la fiducia di dirigenti Rai e telespettatori, meritandosi la conduzione del Festival di Sanremo per tre anni consecutivi, traguardo o punto di nuova partenza per tanti conduttori. Ma non tutto è rose e fiori per sempre, infatti alcuni dirigenti e addetti ai lavori iniziano a soffrire la presenza di Conti in Rai che, con Matteo Renzi, sta imperversando dietro e davanti alla telecamere. Le voci che lo danno vicino al Premier, il fatto di aver imbavagliato Radio2 (le ripercussioni che mi arrivano dai diretti interessanti sono di una brutta aria), il costrutto che sia l’uomo che lavora di più in Rai, rientrano in pieno stile in quello che sta attraversando il paese: una dittatura blanda, con amici più o meno competenti piazzati al potere. La lunga esperienza in Mediaset e la profonda conoscenza della Rai, m’inducono certamente ad affermare che Carlo Conti non avrà vita facile per il prossimo Sanremo, poiché molta Rai gli andrà contro e buona fetta del pubblico già lo vede come uno zerbino del potere, figura da casa inaspettata. Per molte circostanze, i manager dei vari broadcaster sono spesso in contatto per confrontarsi su temi attuali e futuri, e ciò che arriva dal mondo Rai fa spavento. Non è la parte contenutistica e produttiva a indurre male lingue, quanto la questione morale e politica. Vi scrivo un concetto in tutta sincerità: neanche Silvio, quando era davvero il nostro editore di riferimento, aveva un’egemonia di potere così ampia, come ha Matteo Renzi in Rai in questo preciso momento. Il concetto inconcepibile sono gli ex berlusconiani, trasformati per comodità in adepti di Renzi: Ilaria, Ida Colucci e il marito Flavio (quante cene e quanto “gossip” con loro. E su di loro), per poi passare ad Antonio (ha colto l’occasione d’imbarcarsi con Renzi, esclusivamente perché Silvio e Mediaset gli hanno chiuso la porta più volte).
Se in Rai il fattore morale imperversa e mette a disagio tutta l’azienda, in Mediaset dobbiamo fare i conti con i mancati introiti della vendita di Mediaset Premium, i quali ci avrebbero permesso finalmente di reinvestire in contenuti, in grande stile. I programmi già accordati con Maria non si toccano, altri sono slittati, cancellati o passati nella seconda parte della stagione, se non all’interno dei palinsesti autunnali 2017 (ovvero cancellati in modalità definitiva). Gli investimenti, per rispetto di accordi, sono vincolati agli show vecchi e nuovi di Maria e all’usato rivisitato sicuro. I format fuori da questo range sono stati eliminati dal palinsesto per mancanza di soldi, quelli che si potevano spostare sono stati incastrati da Gennaio in poi per aggiungere offerta (Paolo per accordi con Lucio, Cultura Moderna per imposizione e pugno duro di Antonio e il probabile nuovo show di Pardo per necessità di Italia1). A scriver la verità, i format che non vedranno la luce erano quelli più rischiosi negli ascolti e con meno respiro promozionale. Eravamo pronti a produrre di nuovo “in grande”, forse i mancati investimenti hanno evitato alcuni sicuri flop.
Nel mondo dello show business, in Italia con intesa soprattutto a cinema e tv, raccomandazioni e forzatissime segnalazioni sono all’ordine del giorno. Fin qui, niente di male, è un settore appetibile e di ampi spazi d’inserimento. Poche volte, e l’ultima la ricordo con Belen, un personaggio televisivo è stato tanto spinto quanto Pierluigi Diaco. Qui a Cologno non ha mordente, ma è consigliato da più parti (quest’inverno, indimenticabile è stato il veto di Claudio Brachino su Diaco, in procinto di essere sostituito da Igor Righetti). Conosco poco Pierluigi, quel tanto da valutarlo un buon chiacchierone radiofonico, un arrivista discreto e un ragazzo che, se non fosse troppo estroverso, potrebbe aspirare a grandi salti di qualità in tv. Lo ricordo, tantissimi anni fa, alla corte di Curzi e poi di Ferrara, non so bene a quale titolo. L’ho ritrovato in seguito da Maurizio Costanzo, ascoltato in radio, visto qua e là in Rai e nei nostri studi. La circostanza, che mi ha portata a riflettere su una figura come la sua, è venuta da una chiamata fatta a Maurizio poco più di due mesi fa, in cui gli chiedevo delucidazione sugli ospiti del Costanzo Show a venire, su delle manifestazioni letterarie e sul suo stato di salute: la risposta per 2\3 dei quesiti è stata “Chiedi a Diaco”. Come potrete immaginare, sono rimasta allibita, chiudendo la chiamata con gentilezza e cordialità, essendo Maurizio un amico di vecchia data e al quale, come tanti, devo molto. Però, mi sono fatta delle domande quali: non mi poteva rispondere lui? Ma la sua bravissima (e storica) segretaria dov’è? Ragionandoci, poco perché ho ben altro a cui pensare tra vita e lavoro, ho trovato una precisa risposta, che non vi scriverò per discrezione, rispetto e privacy. La conclusione meno velata è che il giovane Diaco ha la fortuna, la furbizia e l’intelligenza di muoversi molto bene in ambienti politici, come in quelli manageriali e giornalistici di alto livello, i quali lo hanno reso sicuro di se e un uomo poliedrico (per la tanta catturata esperienza dai numeri uno).

Non dirlo al mio capo 2 ci sarà, con certezza. Vivendi e il pentito di mafia, nuovo golpe contro Silvio. Guarda caso, proprio sul punto della rinascita di Forza Italia e del grande ritorno a settembre. Qualcuno dica a Fabio Del Corno che non è il Direttore di Videonews.

Perché scrivo di una fiction della concorrenza? Semplicemente perché quella storia era stata proposta a noi qualche anno fa, snobbata a tempo record per le avventure-fotocopia e l’embargo di TaoDue e Ares. Ne parlavo poco più di una settimana fa con Matilde Bernabei, felicissima di costruire il nuovo capitolo per la Rai, seppur non senza intoppi. La prima serie di Non dirlo al mio capo è stata sicuramente la sorpresa della scorsa stagione e nessuno si aspettava un così enorme risultato da una fiction identificata come “semplice” e tappabuchi. Questo è sintomo di due punti ben distinti: i gusti del pubblico stanno cambiano e semplicemente la sceneggiatura ha fatto breccia nel cuore di 6 milioni di persone. La produzione della serie, diceva Matilde, ha attuato una strategia molto intelligente che va a colpire i giovani e che fa solo in parte comprendere se la nuova stagione ci sarà o meno. Lo scrivo con ufficialità e certezza, ci sarà. A scrivere la verità, ancora ci mangiamo le mani per essercela lasciata sfuggire (non tutti, solo le menti più aperte), ma a certi veti e accordi non si può sormontare, ma dovremmo. Ce ne siamo accorti solo ultimamente, meglio tardi che mai.
La vicenda Vivendi ha scosso tutti e un’analisi fuori dal coro, e in mezzo a tante cavolate dette e scritte, è doverosa. Il dato di fatto è che la società francese non ha rispettato i patti sottoscritti e firmati circa un mese fa (un mese fa per la stampa, in realtà è molto più tempo). Come in ogni grande operazione italiana, niente deve andare a buon fine se non ci sono accordi aziendali e politici. Marina, Piersilvio, Silvio e i vertici Fininvest hanno lavorato e stanno lavorando a questa situazione da anni, e in poche ore sembra che tutto si sia ribaltato. I conti e la storia di Premium, Vivendi li conosceva sin dall’inizio e non c’era nessun motivo che i francesi mollassero così la presa, pretendendo solo una piccola parte della pay tv, in più una percentuale di Mediaset. Non posso negare che da entrambe le parti ci siano stati forti mal di pancia e che anche nelle ultime settimane i manager non stessero limando alcuni dettagli. Vivendi e Mediaset sono due realtà serie, stabili e accreditate nel panorama dei broadcaster mondiali, e questo ritiro da parte della prima fa pensare che sotto ci sia un qualcosa di molto più grosso, cioè che il Governo e l’Europa siano intervenute per affossare le strategie delle aziende di Silvio Berlusconi. In azienda, come nell’ala politica vicina a Silvio, non si parla di altro poiché la situazione è più plausibile che mai. Non è un mistero che spesso alte istituzioni abbiano messo i bastoni tra le ruote alla Fam. Berlusconi, non a caso il golpe di Napolitano e dell’Europa ai danni di Berlusconi è stato acclarato dei media di tutto il mondo, da destra a sinistra, eppure il vecchio Giorgio è ancora lì e nessuno gli torce quei pochi capelli che gli sono rimasti. Non facciamo passi affrettati, tra le parti moderate delle due società è in atto una serie di dialoghi per evitare battaglie legali di milioni di euro. Però è giusto far sapere che, anche in questo caso, un’eccellente operazione eseguita da Silvio Berlusconi per le sue aziende (ma anche per il Paese Italia), si trasformerà (soprattutto agli occhi degli italiani) in una catastrofe per il nostro editore. Io sono qui anche perché questo non accada, consapevole del fatto che tutta l’azienda stia con le mie parole e con il nostro grande editore. Se poi, in un mondo lontano, si scoprisse che questa è solo strategia da parte delle due società per benefici propri, allora ritratterò. Ma sono una “vecchia” volpe e fortunatamente conosco molto bene le dinamiche aziendali. Infatti, le dichiarazioni del pentito di mafia Spatuzza arrivano a orologeria, come sempre e per l’ennesima volta, sintomo di un vecchio e stantio regime pronto a spazzare via chiunque.
Arriviamo ad argomenti più frivoli ma dove, se si prende una strada, si rischia di esser tagliati fuori. Negli anni ’90, Fabio Del Corno (che lavorava nelle produzioni, insieme al fratello) era chiamato il Principino di Dede, per motivi che non sto qui a spiegarvi ma che le buone menti si ricorderanno certamente. Era ed è un bel ragazzo, ha scalato varie posizioni, fino ad arrivare all’ottavo piano del 44, dove è diventato il Responsabile delle Produzioni Videonews, nella persona che seleziona giornalisti e autori da inserire, che non siano interni. 1/3 del piano non lo conosce, ad una parte non entra nelle grazie (compresi i suoi superiori di piano), l’altra parte lo tollera perché ormai è inchiodato alla poltrona e si è fatto una posizione. Prevalicando spesso decisioni e inserimenti di risorse umane mandate dall’alto e lo stesso Claudio Brachino (visto benissimo da tutti, stacanovista professionista e fedelissimo all’azienda, come alla Fam. Berlusconi), si permette di respingere a suo piacere certe situazioni. Del Corno, seppur ancora catalogato tra i giovani, è una di quelle persone che si trova in azienda da anni e che quindi ben conosce certe dinamiche. Un gioco è molto bello quando hai un incarico solido e di potere, ma bisogna saperlo gestire in modo oculato e intelligente, poiché sei un piccolissimo potentato e chi detiene il vero potere decisionale sono ben altri. Quando iniziano ad arrivare negative voci insistenti alla dirigenza generale, vuol dire che l’orologio dell’andata via o di un cambio di posizione inferiore non è poi così lontano, a meno che quel tale non si rimetta in sesto e faccia capire che è stata ripresa la giusta carreggiata, abbassando finalmente la testa. Ci sono embarghi all’interno di Videonews nei confronti di professionali e buone risorse umane che potrebbero far saltare qualche testa, proprio perché molto apprezzati dall’alto ma stupidamente scartati dal medio rango aziendale.
Evviva Mediaset.

Palinsesti Mediaset, noi siamo (ancora) grandi e ci meritiamo critici grandi

Quest’anno, dopo anni, sono riuscita a respirare un’aria meno tesa alla presentazione dei palinsesti. Soltanto l’anno passato, c’era una tensione e una forte paura che si percepiva a molta distanza, nel dettaglio neanche si sapeva il perché. O forse in fondo sì.
L’apertura di Piersilvio con il saluto al padre è stato un ottimo inizio per scongelare la situazione e far splendere il sorriso sui volti di dirigenti e manager, non solo della vecchia guardi, ancora molto stretti a Silvio Berlusconi. La presentazione dei futuri progetti, anche quelli detti a metà, è andata liscia e il video per ricordare gli anni professionali in azienda di Gerry Scotti, ha colpito il cuore di molti. In fin dei conti, è l’unico uomo che si può descrivere come il baluardo “visivo” dell’azienda, non avendola mai abbandonata ma anzi valorizzata, anche quando si lamentava continuamente con le Risorse Artistiche di non avere più le attenzioni e i mezzi di una volta.
Perché questo titolo allora? Mi sono seduta e alzata un paio di volte durante la serata, mettendomi spesso in fondo allo studio, vada per salutare o intercettare delle persone-esca. Il carattere deciso, non tollerante nei confronti della maleducazione e della pochezza intellettuale, mi hanno spinto a chiedere ai più giovani giornalisti e blogger, un po’ tonti e che non conoscessero la mia persona, delle delucidazioni a tranello. In quasi 30 anni, nelle produzioni tv e meeting, ho spesso adottato questo tipo di situazione, per comprendere chi avevo davanti e smaltirlo nel più breve tempo possibile.
Il primo con cui ho fatto una veloce disquisizione è un blogger di spettacolo di un importante quotidiano di sinistra, il quale alla mia affermazione: “Ci sono bei progetti futuri, spero saranno collocati bene. I palinsesti promettono bene. Negli ultimi anni il concetto di palinsesto è molto cambiato”. Senza ragione, il timore negli occhi del blogger era palese e la risposta è stata imbarazzante: “I palinsesti, un po’ di lunga durata e un po’ di breve”. Detto ciò, ho salutato e mi sono allontanata, tornando alla mia seduta. Il responso del ragazzo ha denotato una negativissima preparazione e una scelta scellerata del proprio editore di mandarlo allo sbaraglio.
Intercetto una ragazza, questa volta “giornalista” Mondadori, e alla frase “Sono felice che la Simona Ventura sia tornata a Cologno Monzese. Un grande risorsa. Che ne pensi?”. La risposta è stata insensata e da finta esperta, tirata fuori per darsi un clichè agli occhi di una persona sicuramente più esperta: “Eh sì, credo il manager Lucio Presto e Simona Raya l’abbiano riportata qua”. Al di là che Lucio si chiami Presta e non Presto, la frase non ha alcun senso di esistere perché basata sulla più profonda inesattezza, visto che Simona torna in azienda soprattutto grazie a Maria e Maurizio.
Da questi due esempi, estrapolo delle situazioni che resteranno per sempre impresse nella mia mente, in cui tavolate di blogger e giornalisti si facevano selfie e fotografie durante la presentazione (proprio durante l’esposizione), parlavano fittamente disturbando i vicini, s’inneggiavano ad esperti televisivi solo perché in passato hanno avuto una notizia in più di altri, tiravano Piersilvio e altri dirigenti per la giacchetta per una foto ricordo, schiamazzavano neanche fossero in una fattoria. Tra le altre cose, alcuni di loro erano gli stessi che spesso hanno criticato Mediaset, per cui con i miei vicini di posto non ci siamo scomposti moralmente. Fino a pochi anni, ai palinsesti avevamo il fior fiore dei giornalisti di carta stampata, per compiacerli e compiacerci. Il mondo dei blog ha creato grandi professionisti e seri esperti della materia, ma purtroppo ha anche fatto sì che dei semplici appassionati di tv si dilettassero a giocare ai giornalisti, mestiere troppo serio per essere mischiato con il ciarpame. La conseguenza? Sono gli articoli che criticano più il look delle persone presenti alla presentazione che il contenuto dei programmi. Ok la leggerezza, ma l’eccessiva superficialità no. L’anno prossimo, ci sarà sicuramente un vaglio più attento.
Come nella mia solita ascensione, voglio criticare costruttivamente chi abusa del mezzo televisivo e lo tratta come oggetto di scarto, pur mangiandoci sopra. L’ho fatto e lo faccio con alti dirigenti, talvolta amici, e con blogger di buona o dubbia provenienza. Il messaggio che vorrei lanciare ai giovani è che la scalata della vita non si ferma mai. Il lavoro, l’essere arrivato ai palinsesti Mediaset o Rai, aver intervistato una grande celebrità, è solo una delle tante tappe di un sentiero lavorativo. Se il vostro limite (per ora) è 5, non potete pretendere di arrivare a 10. Ne vale la vostra credibilità e pure delle situazioni poco piacevoli con chi ne sa più di voi, che parlano con i colleghi e in futuro si ricorderanno certamente dei vostri visi spaesati e delle parole azzardate.

Guerre a distanza: Giletti-Carrà e Cecchi Paone VS tutto il Tg4. Dietro la nuova Arena di Giletti e il progetto Mina-Celentano? Un grande, geniale e umile Gianmarco Mazzi.

In certi ambienti, soprattutto in Rai e Mediaset per il loro valore e la loro portata, le guerre si combattono a distanza. Due casi sono sotto gli occhi degli addetti ai lavori da tante settimane: in Rai, la diatriba su DomenicaIn, mentre in Mediaset continua il caso del professionale ma davvero poco amato Alessandro Cecchi Paone. Andiamo per ordine. Per il fatto che Massimo avesse instaurato dei rapporti in quel di Cologno, sono rimasta in contatto con alcuni suoi collaboratori, poiché alcuni li conoscevo da anni. Martedì scorso, Giletti è stato convocato per l’ennesima volta al settimo piano di Viale Mazzini per discutere della nuova DomenicaIn, di alcune prime serate estive e degli ascolti delle puntate domenicali estive. Soffermandoci sulla prima parte della convocazione, Giletti avrebbe in mente tante novità per DomenicaIn, che vorrebbe e dovrebbe condurre in solitaria per più di cinque ore. A fare da contraltare, però, c’è una lanciatissima Raffaella Carrà pronta a prendere lo slot lasciato vacante da Paola Perego. Anch’essa è piena d’idee e d’entusiasmo per il ritorno su Rai1 ma, visti gli ultimi flop televisivi, rappresenta una vera incertezza. Raffaella, per la quale non ho mai nutrito una simpatia, sembra essere ben voluto proprio dal Dg e da alcuni consiglieri. Massimo, da parte sua, ha il marchio di Mr. 20%, per cui la sfida con Barbara D’urso (quindi ad armi pari) sarebbe più concreta e presumibilmente più azzeccata e vincente. Gianmarco Mazzi è a lavoro per far sì che il lungo progetto di una DomenicaIn in solitaria per Giletti sia una strada percorribile, piena di contenuti e competitiva. A ragion veduta, voglio scrivere che Gianmarco è uno dei migliori organizzatori e creativi televisivi che abbiamo in Italia. La scelta di una partnership con Massimo Giletti è una grande risorsa per la tv di Stato. Forse, uno dei pochi sodalizi davvero intelligenti.
Passando in quel di Milano2, le acque non tendono a calmarsi al Tg4. Piazzato lì da Piersilvio e Mauro, Alessandro Cecchi Paone continua a rappresentare una doccia fredda per Mario Giordano, per tutti i redattori (il bravissimo e professionale Claudio Gelain in testa), i conduttori e per i deludenti ascolti. In effetti, da qualche mese il tg di Rete4 ha subito un cambio editoriale fortissimo, come vistoso è stato il calo di ascolti. Purtroppo, insistendo in questa strada, si rischia che l’edizione serale del Tg4 sparisca dal palinsesto, situazione paventata già qualche anno fa. L’edizione della mattina, in ascolti, rende molto perché ancora assimilabile alla tradizione del giornale. Quella della sera non riesce ad incastrare ingredienti, argomenti, conduzione, linea editoriale, direttive dall’alto e rigori. È vero, senza dubbio il Tg4 è il nostro giornale più istituzionalizzato, però così non va proprio. Sacrificare una linea vincente per cambiare forzatamente le cose, non funziona e mai funzionerà, poiché il pubblico del Tg vuole un giornale di centrodestra, cattolico, moderato, filo berlusconiano, e non gliene frega niente del Gay Pride, dei pareri sull’utero in affitto, dei lunghi discorsi di Mattarella e dei tanti viaggi di Renzi. Il pubblico vuole un tg schierato, secco e d’opinione, per tutto il resto ci sono Tg5 e Studio Aperto. Che non si capisca, mi dispiace molto. Abbiamo un apparato marketing e legale molto forte e che ha sempre funzionato, non voglio pensare che anch’essi siano sottomessi a qualche insensato volere.
Poche righe fa, ho citato Gianmarco Mazzi, persona che ho sempre ammirato e, da quel che so, è ben visto da tutti gli apparati Rai e Mediaset, come dagli agenti che contano, da Lucio Presta e Beppe Caschetto ai comandi. Oltre ad essere fidato amico di Massimo Giletti, è lui il vero deus ex machina de L’arena e della papabile nuova DomenicaIn. Oltre a ciò, stamane ho letto su alcuni giornali (e mi avvisano anche in alcuni blog) che è in lavorazione uno show su Mina e Celentano, per il lancio di un nuovo disco insieme. Dietro a questa straordinaria operazione, c’è proprio Gianmarco che, negli ultimi giorni, è in continuo contatto con lo stesso Celentano per far sì che il progetto venga costruito e organizzato nei minimi dettagli. Mazzi è sicuramente il numero uno per l’intrattenimento in grande stile, sempre più raro per un fatto di costi. Dovendo guardare al nostro, non siamo in grado di sostenere tali cifre, ma la Rai con il canone, la pubblicità low cost e gli investimenti esterni si può ancora permettere di creare grandi cose.
Viva Gianmarco Mazzi!

LuxVide tradisce la Rai con Mediaset (per Gianni Morandi). Duccio Forzano lascia Che Tempo Che Fa per altre avventure. Paolo Del Debbio non sarà più alla conduzione di Dalla Vostra Parte.

Lux Vide-Rai sembrava essere un sodalizio inscindibile, invece i tempi di magra non si sono fatti attendere neanche dentro la Fam. Bernabei. Ho frequentato Ettore, ma che la brava Matilde, per molti in anni e immaginavo che, ad un certo punto, si sarebbero staccati dallo scoglio della tv di Stato. Infatti, oltre ad approcciare con Sky (questo ho letto), Ettore sta facendo delle cose importanti anche in Mediaset, come lo show di Gianni Morandi che andrà in onda nella prossima stagione. La Lux ci avevano proposto un pacchetto composto dal programma di Gianni più una fiction, ma in azienda siamo prudenti, visto che le nostre fiction sono crollate al 9% e rimesso soldi e credibilità. Pietro Valsecchi e Alberto Tarallo hanno carta bianca da anni, e sarebbe cosa buona e giusta che da ora in poi queste carte fossero scritte più dai dirigenti Mediaset che da loro. Purtroppo o fortunatamente le fiction sono cambiate e il pubblico anche, e continuare a puntare sul solito trend da 15 anni è stata una mossa che quest’anno abbiamo pagato cara. Non Dirlo Al Mio Capo, enorme successo di Rai1, doveva andare in onda su Canale5 ma, per qualche veto e accordo, se l’è accaparrata la Rai. In questi giorni, prima di definire il palinsesto della prossima stagione (ormai per le fiction ben fissato), farai una lunga e costrutta riflessione. Visti i successi della Società di Ettore, inizierei a esplorare altrove. Forse i costi si alzerebbero, ma la qualità e lo share farebbero lo stesso. Lo ripeto e lo ripeterò all’infinito: “Piersilvio, il capo sei tu, non gli altri. L’azienda è tua, non di altri. Non permettere a dirigenti simpatici ma improvvisati di continuare a lavorare in questa direzione. Si rischi di buttare al macero 30 anni d’azienda”. E questo appello, purtroppo, non viene solo da me, basta fare un giro e chiedere a dirigenti, quadri, lavoratori con più di 45\50 anni.
Duccio Forzano era un bravo costruttore anche quando aveva 30 anni. Ho usato il termine costruttore perché il regista non è solo un regista, ma anche uno scenografo, un autore, un ideatore, è quel che si definisce un mestierante dello spettacolo completo. Lo conosco da poco meno di vent’anni e all’interno delle nostre parentesi televisive non sono mancati scontri e divergenze anche importanti. Molto esigente io per dovere, carattere ed esperienza, apparentemente ombroso e austero ma alla fin fine sorridente lui. In linea di massima, tutto nella normalità, visto che io dovevo curare un aspetto fondamentale, lui altrettanto, ma lo scopo della riuscita di un buon lavoro era comune. Dopo averlo conosciuto in Mediaset, l’ho apprezzato in Rai e l’ho voluto in quel di Cologno per alcuni importanti show, talvolta per esperimenti che si sono rivelati soddisfacenti e in linea con il rinnovamento dell’azienda. Ora, dopo anni di Fabio Fazio e tutto ciò che ne concerne (Che tempo che fa, Sanremo, Rischiatutto, ecc), quindi saturo della routine e del team, a quanto sembra non per cattivi rapporti ma per esigenza di puro cambiamento, vuole cambiare. Non lo sento e incontro accuratamente da anni, ma da quel che mi riferiscono, ha in gioco progetti con giovani per web series e un programma televisivo che sta costruendo con un giovane autore e conduttore (uno di quei pochissimi ragazzi che promuovo con orgoglio e credenza). Chissà che le porte della tv non gli riservino altre importanti sorprese, come si merita.
Paolo è uno che si annoia, che non vuole fare la domenica pomeriggio di Canale5 perché desidera tornare in Toscana nei week end, che non vuole rotture di scatole intorno a se perché a mandarti a quel paese è un attimo. Con Dalla Vostra Parte fa(ceva) dell’ottimo servizio pubblico, lo stesso identico servizio che offre a Quinta Colonna, che manterrà in toto, con squadra confermata. Gli impegni politici, televisivi e da professore all’interno e all’esterno di Mediaset non gli permettono di portante aventi altre situazioni. Conoscendolo da anni e anni, sarei propensa a scrivere che anche la mancanza di voglia e il non ripetere le stesse cose sono stati tratti preponderanti della sua decisione. Era netto il comportante che Paolo adottava nei due programmi. In Dalla Vostra Parte era spesso annoiato, mentre in Quinta Colonna era carico e con un’espressione più vispa. Per questo, lascia il primo nelle mani di qualcun altro (Brindisi o Vinonuovo). In azienda, da me in prima linea, è visto molto bene e tra la totalità dirigenziale non può essere differentemente. Ho come la certezza che i nuovi impegni politici e televisivi non mancheranno.

Myrta Merlino è in formissima, ma non per Mediaset. Francesco Facchinetti ci riprova con il cinema. Maria De Filippi resta in azienda, affinché tutto migliori ancora (per noi e per lei)

Spesso, soprattutto per la curiosità delle prossime elezioni amministrative, dove spero che Silvio Berlusconi possa riprendere in mano le redini di un centrodestra diviso e rimandare da dove è venuto un Matteo Renzi vergognosamente allo sbando governativo e legislativo, mi capita di vedere Myrta Merlino. L’ascolto del suo programma su La7 è più che soddisfacente, ma lei vorrebbe crescere. Scrivo questo con cognizione di causa, al di là del fatto che negli scorsi mesi se ne sia scritto molto, perché è una di quelle brave giornaliste entrate nelle simpatie del Pres. Berlusconi. Non si può negare che Myrta Merlino sia brava, preparata, agganciata alla Roma e alla politica che conta, di bella presenza, che strizza l’occhio alla sinistra ma a cui piace anche la destra. Le trattative per ingranare una nuova domenica pomeriggio su Canale5, si erano aperte, quanto in fretta si sono chiuse. E a ragion veduta. Barbara, per contratto aziendale e accordi con la dirigenza, non lascerà Domenica Live, gli altissimi ascolti la premiano. Ricordiamoci che la D’urso riprese in mano una domenica pomeriggio morente dalle mani della brava Federica Panicucci e poi in seguito da Alessio Vinci. Due volte strappata (per altri impegni, non per demerito), due volte ridata; Domenica Live le appartiene, e con clausole ferree. La squadra di autori è della peggiore specie, salvo l’ottimo Massimo Righini, ma piace al pubblico, poco importa se non piace alla dirigenza. La Merlino è in splendida forma in video, e non solo perché l’estate alle porte. Urbano Cairo, mio grande amico e volpe televisiva lungimirante, sta riservando a Mrs. La7 Morning un programma in prime time, da studiare e ristudiare, in valutazione della ricca offerta di talk show in programma anche il prossimo anno sulla rete. Myrta, seppur personalmente l’abbia incontrata solo un paio di volte, mi è sempre apparsa una Signora sorridente e accogliente, appartenente a quella categoria di radical chic che stranamente non stanca e non stufa, perché un minimo intelligente.
Mi ritrovo con piacere a scrivere del piccolo\grande (come tanti che ho visto crescere, non sono ancora capace di entrare nell’ottima della maturità) Francesco Facchinetti che, oltre a fare il manager con discreto successo, ha rovesciato la sua medaglia e si è scoperto attore. Ovviamente, per fare ciò gli agganci non gli mancano e la sua faccia è simpaticamente spudorata. Il suo primo film con quel “cabarettista matto” di Diego Abatantuono (quanti ricordi…..) è andato molto bene, quindi bissa sperando in un nuovo successo. Voglio far lavorare settimanali e quotidiani, per cui non svelerò niente del contenuto cinematografico, ma sarà una situazione coinvolgente, seppur leggera e divertente. Come va di moda “dire” da un po’ di anni, Facchinetti è multi tasking e azzardo a scrivere con convinzione che è uno dei pochi in grado di farlo. Sin da piccolo, gli è appartenuto un estro che in pochi era riconoscibile, e che in pochi vedo nel panorama dello show business odierno. Un quasi quarantenne che è stato un cantante opinabile ma di successo, un conduttore opinabile ma di discussione, un manager di straordinario talento e un attore inaspettato. Che si voglia criticare o elogiare, nessuno fino a questo momento ha saputo tirar fuori queste doti. Lui sì, unico. I suoi assistiti parlano con amore di lui. Devo essere sincera, fino a poco più di un anno fa non credevo potesse arrivare a tanto. Personalmente, mi sono sempre detta che la passione per questo lavoro porta lontano (ed è quello che cerco di far capire e realizzare a chi spingo ad emergere), con Francesco è diventata realtà.
Programmi in prime time? Quanti ne riusciamo a fare (insieme). Stretta sui collaboratori? Nessun problema. Il maneggio regalato da Piersilvio vicino agli studi Elios? Non si toccherà. Rassicurazioni per Maurizio e alcuni tuoi fedelissimi? Va benissimo. Non mi sembra giusto entrare nel merito del compenso, sarebbe poco elegante e professionale. Quindi, Maria De Filippi resta in Mediaset. Come giusto che sia, Maria De Filippi chiede rassicurazioni e (ulteriori) vincoli per la sua permanenza in azienda. Tutte richieste che si possono assecondare e soddisfare. Per uno strano caso del destino, e in contingenza ai tempi di crisi, c’è un apparente fuggi fuggi generale che ricorda un po’ i primi tempi Fininvest, dove Rai e Mediaset si scambiano artisti a suon di miliardi, tanto da una parte c’era Silvio e dell’altra una vacca da mungere come la tv di Stato. A distanza di anni, il modus operandi è lo stesso, i soldi sono tanti meno (inflazione permettendo). Per Bonolis c’è ancora fermento e Lucio Presta non molla i contatti con Rai e Mediaset per la migliore appetibilità, per la D’urso non si pone il problema, per Maria stiamo chiudendo gli ultimi cavilli, ma ormai è fatta. Siamo dignitosamente consapevoli che l’andata via di Maria sarebbe una tragedia economica per l’azienda, e la stessa Maria si rende conto che, traslocando, gli ascolti non sarebbero gli stessi e dovrebbe cominciare tutto da capo. Di questi tempi, non proprio facile. A più di 50 anni, e con l’autorevolezza personale e aziendale che ha acquisito negli ultimi 15 anni, chi glielo fa fare di lasciare lo splendore di Mediaset per l’oblio dell’incognito? Maria è ancora dei nostri, evviva Maria.

100% di Mediaset a Vincent Bollorè, RTI e Fininvest a Silvio Berlusconi. C’è tanta sensibilità dietro i “temuti” Caschetto, Presta, Tuzio e Facchinetti.

Era nell’aria, si sapeva, qualcuno lo aveva pronosticato, altri sparavano sentenze pensando di sapere invece inventavano solo storie sperando che il lettore si appassionasse, la borsa già esultava per un’ipotetica vendita.
L’accordo è fatto (non proprio del tutto) e non so se definirla una perdita o un vantaggio. Mediaset migliora i conti ma non i contenuti, migliora la pubblicità ma c’è sempre bisogno di trovare formule nuove per raccoglierla. In sintesi, dobbiamo vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda delle situazioni. Senza entrare in accordi e tecnicismi poiché per quelli ci sarà la carta stampata, sotto il profilo aziendale, morale e storico, se ne va un pezzo della nostra vita, ma anche un pezzo d’Italia. È vero che grazie al mantenimento di RTI, Silvio e famiglia avranno ancora in pugno la situazione, ma qualcosa inevitabilmente cambierà, e non solo nelle strategie aziendali ma anche nella concezione di molti lavoratori. Per noi, ma nonostante tutto anche nelle menti dei più giovani manager\dirigenti\quadri\operai, questa è ancora l’azienda della “grande” famiglia Berlusconi, un’impronta indelebile. Questa sarà indelebile per moltissimo tempo, ma cambiando la proprietà è pur logico che il nuovo editore voglia far prevalere le sue idee in confronto al regime attuale. Si può non essere d’accordo ma non gliene si può fare una colpa. Proprio come il Presidente, Bollorè è un volpone nel campo dei media e non è detto che certe situazioni cambino in peggio, anche perché sono sicura che Silvio vorrà mille rassicurazioni sul futuro status dei suoi (5000) dipendenti. Piersilvio, ultimamente, ha dimostrato di saper fare l’editore a 360° e ha tenuto testa a situazioni non facili, nonostante (torno a scrivere) chi lo circonda. Nel suo futuro, ambiziose posizioni in azienda e oltre. È diventato finalmente grande, si merita il meglio e quello che faticosamente ha costruito. Dopo Palazzo dei Cigni, se ne va un altro pezzo di storia Fininvest e della grande rivoluzione mediatica degli anni ‘80, che porta la sua scia inevitabilmente anche ai giorni nostri.
Chi non conosce personalmente i manager dello spettacolo può solo fare ipotesi di come siano veramente e, nella maggioranza dei casi, illazioni. Ho preso ad esempio i Fab Four del momento, che tutti dipingono come austeri, stronzi e super potenti. È vero il primo caso perché se stessero dietro a tutte le raccomandazioni (soprattutto di puttane o con zero valori professionali) sarebbero mentalmente esauriti da tempo. È giustificabile il secondo caso perchè il settore dello show business è un mondo di squali, quindi o ti difendi o muori (nel vero senso del termine). È giusto il terzo aggettivo perché, visto la cura che hanno dei loro artisti, devono pur tutelarli e dare loro il meglio che tv, radio e internet ha da offrire. Ma c’è tanto altro oltre al lato strettamente professionale, ovvero quello umano. Ve lo aspettereste un Beppe Caschetto sorridente e sempre disponibile? Io sì, perché lo è. Non lo fa vedere perché non è un personaggio dello spettacolo ma un manager meticoloso e piuttosto chiuso. Eppure c’è sempre per qualsiasi informazione dei suoi assistiti o per metterti in contatto con i suoi soci se si tratta di progetti tv importanti e di lungo respiro. Ho visto sorridere Beppe tante volte ed è un piacere dialogare con lui.
Lucio è una forza della natura, il migliore. È un soggetto simpatico e piacevole, ha sempre una buona parola e un saluto per tutti. Non gli toccate i suoi assistiti, da buon manager farebbe di tutto per tutelarli. È un uomo lungimirante con un forte attaccamento alla famiglia e a Dio. È un mediatore che sa parlare con rispetto e sorridere di tante situazioni. Lo conosco da anni e da altrettanti anni è sempre stato un tosto sul lavoro e un compagno di chiacchiere nei momenti più frivoli.
Seppur Franchino sia di un altro livello per i suoi anni d’esperienza, con Francesco Facchinetti rappresentano quei manager sempre solari, disponibili e sicuri delle loro potenzialità. Franchino, non tanto in Rai quanto in Mediaset, ha piantato i suoi baluardi ben profondi e i rapporti con la (super)dirigenza sono ottimi. È un ragazzo (non mi riesce ancora vederlo in altri modi) che si è costruito pian piano, credendo in personaggi che nessuno si filava. Dopo tanti anni, ha ancora un’energia invidiabile. La stessa energia, la mette Francesco. Dei quattro è quello che conosco meno, ma Dio solo sa quante volte l’ho visto da bambino e ragazzo. Ogni tanto mi capita ancora di vederlo a Cinelandia e il suo status di manager lo rende una bomba di ottimismo, sempre bonariamente scattoso e disponibile verso cui vede delle potenzialità. I suoi giovani assistiti stanno esplodendo, e con loro anche la credibilità di un personaggio che sembrava in declino. Francesco ha mille potenzialità, risorse e stima di tante persone che contano; il suo percorso da manager non finirà presto, e ciò che di bello sta costruendo se lo merita in toto.
Una riga per Lele Mora: nonostante tutto, sta cercando di rimettersi sulla via lavorativa adeguata e riprendere in mano la sua vita da manager. Tutti sbagliano e tutti devono essere in grado di risorgere con dignità.
Viva Beppe, Lucio, Franchino, Francesco! E anche Lele.

Marcello sta abbastanza bene, ma “La scarcerazione avverrà solo dopo le elezioni governative”

Poche righe, molta intensità. Al di là della sua famiglia, tantissime persone in Mediaset e Publitalia si stanno preoccupando della condizione sanitaria di Marcello Dell’Utri, ovvero di colui che queste aziende le ha battezzate. Ricordiamo che senza lui Publitalia non sarebbe stata quella è stata ed è; se tanti (bravi) dipendenti hanno fatto grandi carriere, all’interno e all’esterno delle due società come in politica, lo devono soprattutto alla sua persona. Questa rimembranza, per le nuove leve aziendali che conoscono il valore del denaro che Mediaset gli dà ma non la sua storia; se tutti la conoscessero, ci sarebbe tanto più amore, disciplina, professionalità e meno passi azzardati.
Torniamo strettamente a Marcello. Anche dopo il trasferimento dal carcere di Parma a quello di Rebibbia, Dell’utri è stato trattato come un condannato a morte. Infatti, giovedì scorso 15/05 dopo una prima visita al pronto soccorso si voleva ricoverare Marcello al reparto di medicina protetta, dove vengono solitamente ricoverati i detenuti ammalati. Poi, per la gravità della situazione si è deciso di trasferirlo presso l’unità coronarica.
Seppur vigile e presente a sé stesso, un uomo di 75 anni, operato due volte al cuore, condannato per un reato non previsto da alcune legge approvata dal Parlamento, con un famiglia fuori che lo aspetta, un personaggio enorme che ha cambiato sicuramente in meglio l’Italia, si merita le stesse pene di un condannato a morte? Certamente, il fattore morale c’è ed è quello che lo fa stare più male: Bruno Contrada sì e Marcello dell’Utri no, nonostante il ricorso. Contrada ha aspettato 7 anni per avere giustizia, gli stessi anni della pena di Marcello, una congiura al limite della vergogna. Visto il titolo del reato, i famigliari non possono neanche vederlo perché in massima sicurezza.
Da grande amica di Marcello, non potevo non informarmi (dirò sempre grazie a lui e Silvio). Per il futuro, ci sono due versioni contraddittorie, entrambe giustificate. Una che viene dalla speranza della moglie Miranda, del fratello Alberto e dei figli, ovvero quella che lui possa non essere più in regime di sorveglianza e che quindi possa incontrare chiunque liberamente, senza restrizioni e chiedendo settimane prima al direttore del carcere, come succedeva a Parma. Inoltre, sempre secondo i familiari, verso novembre di quest’anno dovrebbe essere scarcerato per buona condotta e a causa dell’età. Vogliamo tutti augurarci che sia questo l’happy ending.
Altra versione, diversa in toto, quella che viene dai suoi strettissimi collaboratori (soprattutto ex Publitalia), i quali hanno annusato l’aria delle stanze dei bottoni e sono riusciti a captare i magistrati competenti del caso. Non ci stupiamo (anzi, non vi stupite), funziona così per qualsiasi caso, non solo per Marcello. La vexata quaestio va nell’orizzonte di una scarcerazione post elezioni governative, onde evitare un coinvolgimento dello stesso nella compagna elettorale, che sicuramente potrebbe riapportare consistenti voti a Forza Italia.
Siamo coscienti della situazione? Forse no. Fa paura questa Europa, fa schifo questa Italia in mano a magistrati frustrati e incapaci.
Viva Marcello.

Rai e Renzi in affondamento morale. Bonolis e l’equilibrio tra Rai e Mediaset. La D’avena si prepara per Le Iene?

Ogni giorno apro diversi blog televisivi e leggo molte notizie veritiere, altre decisamente meno, ma anzi fondate su teorie e spacciate come scoop. È il caso di aprire il capitolo Antonio Campo Dall’orto e della sua (ma anche un po’ nostra) Rai. Non è vero che prendere manager esterni sia un fattore di poco conto, prima cosa perché è poco serio nei confronti degli interni e dei cittadini che si devono sobbarcare il canone, in secondo luogo gli interni sono seriamente incazzati. In Viale Mazzini, come in Teulada, c’è un clima tesissimo alla tutti contro tutti, che non giova di certo all’azienda. Sia chiaro, i manager esterni entranti hanno tutti buone competenze e tutte le carte in regola per fare un discreto lavoro. Ma quanti bravi manager o quadri esperti ci sono già all’interno della Rai? Brave menti che non aspettano altro che crescere, al di là della destra e della sinistra. Antonio, mente brillante e innovatrice ma con la verve e l’appeal di un’acciuga, non ha il mordente giusto per affrontare un’azienda come la Rai, soprattutto se gli uomini alla sua corte sono pochi e i dipendenti che non se lo filano sono troppi. Antonio, che conosco da tempi non sospetti, dovrebbe far scattare l’interruttore della maturità e ricordarsi che non è più in Viacom, ne tantomeno il ghost writer creativo dell’attuale Presidente del Consiglio. Con la Maggioni non c’è accordo su nulla, i nuovi direttori di rete cercano di lavorare ma sono subissati dalle raccomandazioni e dalle società di produzione vicine a questo o quello schieramento, l’Usigrai è in rivolta, i giornalisti cercano di non sbottare, e la conseguenza è che alcuni manager di altre realtà come Mediaset e Discovery sono “costretti” a ricevere lettere per un’assunzione, onde evitare di restare nel marasma della tv di Stato. E fidatevi, non è piacevole non poter rispondere a tali esigenze.
Qui, scatta anche la morale politica. In un momento in cui il paese è ancora in crisi e le aziende pubbliche sono giustamente con il cappio al collo, la Rai continua ad essere una vacca da mungere all’infinità, alla facce del risparmio e dell’utilizzo di risorse interne, sempre invocate da Matteo Renzi per splendere. Ma il gioco è finito, e il declino del 40enne che sembrava poter salvare l’Italia è iniziato e già in stato ben avanzato. Di Silvio Berlusconi ce n’è e ce ne sarà uno solo, imprenditorialmente e politicamente. Il resto è niente.
Veniamo a un qualcosa di più leggero, anche se più ingarbugliato: il contratto di Paolo Bonolis. Sotto questo punto di vista, non conosco le mosse Rai perché le trattative sono piuttosto blindate e Lucio Presta cura nel dettaglio gli interessi del suo più importante e redditizio assistito. In Mediaset ci facciamo forte dei giganteschi (e inaspettati fino a quel punto) risultati dell’attuale edizione di Ciao Darwin. Non ci nascondiamo sul fatto che tutta l’azienda vorrebbe che Paolo restasse, visti i successi incanalati negli ultimi anni e le possibilità offerte nonostante le difficoltà. Per questo, le risorse artistiche, le maestranze e il buon Lucio stanno lavorando per cercare una quadra. Non entro nel merito economico, ma stiamo cercando di offrire a Paolo le migliori condizioni editoriali per restare, mantenendo Avanti un altro e offrirgli un raggio di sperimentazione. Non ci possiamo negare che le condizioni generali in quel di Cologno stiano pian piano migliorando, indi per cui Paolo si merita di proseguire un percorso che, da quando è tornato anni or sono in azienda, è stato positivo per lui e per tutta la società. È pur vero che lui si annoia (e invecchiando sempre di più! Mannaggia a te!) e che ha sempre bisogno di nuovi stimoli per non apparire deja vu; nel cambiare realtà, mutano tanti fattori e nascono inevitabilmente nuovi stimoli, ma con i nuovi input di cui dispone oggi Mediaset si potranno creare situazioni nuove e interessanti per quel geniaccio televisivo di Paolo. Ad oggi, non si può scrivere una sola parola sul passaggio di Paolo alla Rai, e chi la scrive sicuramente non conosce i fatti, visto che siamo alle fasi embrionali di una trattativa che si protrarrà ancora per diverse settimane. I rumors sono tanti, scrivetene come tali, mi raccomando.
Proprio come la Panicucci avrebbe bisogno di tornare a sorridere e far sorridere su Italia1 (come avevo scritto diverse settimane fa), la stessa rete ha bisogno di catturare adolescenti, 20enni e 30enni in continua fuga. Se Canale5 va a gonfie vele, soprattutto nell’ultimo mese, e Rete4 è dipendente da Forum e Videonews (e dei tf triti e ritriti), è Italia1 il canale che soffre, per un bacino di utenti che si sta pian piano polverizzando ed emigrando. C’è bisogno di energia nuova ma al contempo usato sicuro per tutte le stagioni, ovvero Cristina D’avena, di cui il pubblico di Italia1 è innamorato alla follia. Mesi fa avevo scritto della probabile ascesa della D’avena (con Pintus) alla guida de Le Iene perché effettivamente ai piani alti se ne era cominciato a parlare (poi è arrivato Beppe e il suo super pacchetto), e forse questo passo non è del tutto lontano, soprattutto per la prima. Ieri sera abbiamo assistito alla presenza di Cristina, che tra l’altro conosce molto bene editore, dirigenti e dinamiche made in Mediaset, nel programma di Davide Parenti. E non è stata solo un’ospitata, vista anche l’ascesa degli ascolti nel suo momento. È chiaro a tutti che il quintetto di conduttori è molto simpatico ma ha avuto poca presa sul pubblico, tanto da far diminuire telespettatori e share, con quest’ultimo calato anche per la minor durata dello show. Le serie tv non funzionano più, magari torneranno in auge più avanti, quindi il vaglio di un maggior e più intelligente intrattenimento è all’occhio di Laura Casarotto, Marco Paolini e di quel Don Giovanni di Alessandro Salem. La D’avena, ostacolata per tanto tempo dalla vecchia guardia che la vedeva esclusivamente come la cantante dei cartoni Mediaset e la pupilla di Alessandra V. Manera, anche loro si sono dovuti ricredete e “piegare” alla sua straordinaria presenza mediatica. Intanto, la nuova guardia è già in estesi, e non è un accenno da poco. La sottoscritta, che non è proprio di primo pelo, ha tentato di promuoverla talmente tante volte nell’era Tiraboschi, che poi ha perso le speranze. “Costruisco” la tv da talmente tanto tempo che sapevo che vent’anni di programmi per ragazzi e trent’anni di Ed. musicali RTI non potevano essere cancellati così e che il pubblico giovane avrebbe richiesto indirettamente la presenza di Cristina sulle reti Mediaset, la sua casa televisiva naturale. È tempo di cambiamenti, ma senza ascolti (quindi senza piacere al pubblico) non c’è futuro.
Viva Mediaset!